mercoledì 11 maggio 2011

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Saggio a umido

Un’alternativa è precipitare.
Non che non lo avessi mai sognato, ma da trentatremila piedi l’ultima cosa su cui precipitare è una nuvola, prima ci sono delle tappe obbligate, percorsi potenziali.
Anche in questo caso però, come in un campo conservativo, il percorso non conta, contano solo A e B, inizio e fine. Ho aspettato così tante volte questo momento che temo di averlo esorcizzato, cancellato da ogni possibile futuro. Sì, perché è ovvio che ogniqualvolta si fantastichi su quello che potrebbe essere, in primo luogo i propri sogni, questi cessano a poco a poco di esistere. Nemmeno i sogni veri esistono, figurarsi quanto possono essere resistenti quelli a bocca aperta. Così precipito su quella volta che ti dissi di non pensare al futuro, di non fare progetti, perché avresti tolto loro l’anima. Non c’è rimedio, ti dissi, dissi quantomeno fai finta che stai pensando al passato, come una preesistenza della memoria, qualcosa che possa ingannare il dio del futuro che è sempre lì a controllare e cancellare e formattare e riavviare. Ciononostante si muore sempre di domenica, ti dissi anche questo, e ci ho pensato, sai, a che giorno potessero essere le minuzie temporali che ci separano dal potenziale zero. Non mi è venuto in mente niente di meglio che scriverti due parole, le scrivo nelle bozze del telefonino, come sempre quando non ho tempo o materiale o tempo materiale, e conservo l’opinabile speranza che qualcosa si salvi. In fondo, potrebbe rivelarsi soltanto l’ennesimo esercizio di stile andato perso in un angolo inesistito del futuro. Così precipito su quella domenica in cui ho messo le mollette a queste parole, tanto per non farle volare via in preda al niente sotto forma di libeccio amorfo, e mi stupisco che fossero già lì, in chiara contraddizione con il principio di causalità. È stato proprio in quel momento, adesso lo ricordo distintamente, che guardai quelle parole stese e gocciolanti, poi immaginai i tuoi occhi e chiusi i miei. Così precipitai su quella felpa verde scuro, direi verde militare, con il tricolore sul polsino destro, una di quelle felpe aperte davanti. Quella felpa non l’ho lavata per due settimane dopo che la indossasti la sera della braciata a casa mia, all’isola d’Elba, quando te la prestai per coprire un freddo tutto femminile in una notte d’estate. Pochi giorni dopo ti scrissi un messaggio, chiedendoti che profumo utilizzassi. Al tuo perché non ricordo cosa risposi, ma non lavai la felpa, una di quelle felpe che sono da qualche parte qua sotto, nella stiva. Così precipiterò nella stiva, la grande stiva dei futuri mancati, dove finiscono quelli che pensano di lasciare una traccia che invece non lasceranno, un ricordo primitivo, la stiva in cui troverò l’extrema ratio del tuo ultimo tram sfuggito all’apparenza di una strana domenica di luglio, passata in piazza S. Caterina, a Pisa. Così precipito su uno dei miei peggiori incubi, che è innamorarmi di: una persona, una piazza, una città, una canzone, un’espressione, una poesia, un universo, un futuro, un dipinto. Così precipito su quel carnevale che volevo travestirmi da “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, e ancora oggi non so spiegarmi come intendessi fare. Ci sono un sacco di futuri, sembra quasi di stare in aereo in una rotta transatlantica, e non ci sono nuvole. Così precipito sulla nuvola da cui siamo partiti, e spero davvero che questa sintesi della mia domenica ti giunga, se non gradita, integra. Era la stessa nuvola inesistente che mi spinse a dire a mia madre: “Dove sta dio, dove sta il paradiso? Ecco, voglio farci un salto molto prima del tempo dovuto, preferibilmente prima di morire”. Fra non molto morirà tutta l’energia potenziale di questo corpo un po’ tozzo, sperperata come l’avrebbe sperperata un vecchio ubriacone in ottusi Joule fra attriti, freni e gomme varie. Non ti dico dove atterrerò perché non è che un nome, uno dei tanti che mi hanno dato l’impressione di non avere un senso, visto dall’alto, e di essere precipitato per caso su questo globo poco sferico, che sembra quasi una pera cotta, una pera come quel tipo di pera che a me piace molto matura, credo si tratti della Decana, e che in ogni presente è facilmente esistita. Così precipito su tutte le cose che non dovrebbero esistere, le persone che non imparano mai dai propri sbagli e nemmeno da quelli degli altri, le cose che durano più di quanto dovrebbero, la necessità di un obiettivo chiaro e definito, le complicazioni facili, la banalità, la retorica, l’ipocrisia. Ti ricordo anche quella storia secondo la quale, se ti capita di pensare a una persona, devi farti sentire, mandare un messaggio, uno squillo, un telegramma, farglielo sapere in qualche modo, altrimenti gli togli un pezzettino di vita. Così.

5 commenti:

  1. Gran bel pezzo e mi rincuora il fatto che il protagonista apprezzi le pere (quelle botaniche).
    Io amo molto la varietà abate
    http://www.corriereortofrutticolo.it/app/webroot/documents/image/pera%20abate%20fetel.jpg

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  2. mi sbaglio o quella di sfondo è una bella slittata di merda?

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  3. merda d'autore, non c'è che dire.

    (respect)

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  4. Bello, mi piace il il tuo vagare fra le nuvole. Viviamo tutti nell'indeterminatezza, come le nuvole, in continuo mutamento.
    Ciao.
    Serenella

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